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Il Tabernacolo nel deserto fu il santuario mobile del quale Dio ordinò la costruzione a Mosè e che accompagnò gli Israeliti fin nella Terra Promessa. Per mezzo di esso Dio insegnò ad Israele i princìpi fondamentali del piano di redenzione. Esso trasmetteva in forma semplice il messaggio di Dio: Dio avrebbe redento il genere umano per mezzo di un divino Salvatore. L’importanza del Tabernacolo è segnata dal numero di capitoli dell’Esodo che gli sono dedicati: ben tredici, un terzo del libro. Dio provvide il Tabernacolo come luogo nel quale manifestarsi: qui avrebbe dimorato la Sua gloria, qui Dio avrebbe incontrato il Suo popolo. Il Tabernacolo insegna anche la santità di Dio e lo stato di peccato d’Israele; infatti, gli Israeliti impararono che c’era una parte del Tabernacolo che apparteneva soltanto a Dio e dalla quale essi erano esclusi. Allo stesso tempo, però, per mezzo del Tabernacolo impararono il mezzo di avvicinarsi a Dio: cioè soltanto per la via del sacrificio. Oggi, i cristiani possono accostarsi a Dio per mezzo di Cristo e del Suo sangue. Al Tabernacolo furono dati vari appellativi: santuario (era infatti un luogo santo); tenda (per indicare la sua sistemazione provvisoria); tenda della testimonianza (testimoniava, infatti, la santità di Dio, l’iniquità dell’uomo e il piano divino dell’espiazione attraverso il sacrificio); casa di Dio (cessato il pellegrinaggio nel deserto, Israele si trasferì a Canaan, dove Dio le stabilì la residenza). Nel Tabernacolo erano riprodotte l’immagine e l’ombra del santuario celeste. Ogni particolare della sua costruzione aveva la sua importanza e il suo significato spirituale. Il cerimoniale, il culto, i sacrifici, il sacerdozio d’Aronne sono tipi e profezie della persona, del sacrificio e del sacerdozio di Cristo, nostro sommo sacerdote. Pertanto gli abiti, velo, sacrifici, ecc. hanno fatto posto al culto reso in spirito e verità; la venuta di Cristo ha tutto compiuto (Ebr. 8:5; 9:1-10). La chiesa Romana e i suoi imitatori, nel trasportare queste cose nel culto cristiano, non hanno fatto altro che ritornare all’Antico Testamento. Il Tabernacolo era suddiviso in tre parti: cortile, luogo santo e luogo santissimo.
IL CORTILE
Nel cortile si riunivano i sacerdoti e il popolo; le cortine che lo circondavano indicavano l’esclusione da Dio dovuta al peccato, tuttavia, trattandosi di un muro di stoffa, l’esclusione doveva essere temporanea. La porta d’ingresso del cortile parlava dell’accesso a Dio, l’altare di rame serviva all’espiazione per il peccato, la conca alla purificazione che doveva precedere il servizio. La lunghezza del cortile era di cento cubiti (il cubito equivale a circa 55 cm) e la sua larghezza di cinquanta. Il cortile era circondato da cortine di lino alte cinque cubiti e sostenute da venti colonne per lato, nel senso della lunghezza, e da dieci colonne per lato, nel senso della larghezza. Le colonne di rame erano collegate con aste d’argento. Il tessuto delle cortine era completamente bianco, senza macchia alcuna, ed era di lino. Il bianco candido delle cortine era un simbolo della purezza e della giustizia di Gesù Cristo, mentre il lino era simbolo della Sua umanità. Tutti i credenti hanno bisogno di vestimenti bianchi; la loro giustizia è come un abito lordato (Isaia 64:6), ma si può ottenere giustizia dal Signore. Nessuno poteva guardare sopra, sotto o attraverso la cortina; per vedere cosa c’era all’interno bisognava passare dalla porta. Gesù dichiarò a Nicodemo: “Se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio”. Le cortine insegnavano agli Israeliti che il peccato esclude gli uomini dalla presenza di Dio, ma c’era anche una via preparata per loro, affinché potessero entrare.
Le colonne e le loro basi (Esodo 38:19) erano di rame e ogni colonna conteneva un gancio d’argento al quale venivano appese le cortine. Il rame simboleggia la giustizia di Dio e, come precedentemente detto, le cortine bianche rappresentano la giustizia che viene conferita da Cristo ai credenti. La giustizia dei credenti dipende dalla giustizia di Dio. Egli largirà loro la Sua misericordia perché l’espiazione è stata compiuta. Il compito delle colonne era quello di sostenere un peso: esse rappresentano il bisogno della chiesa di avere dei membri che siano dei sostegni. Questo compito è indispensabile; secondo Galati 6:5 ogni credente deve portare il suo proprio peso, ma anche, come afferma Galati 6:2, deve portare il peso degli altri. Le colonne si ergevano su basi di rame, non potevano star ritte da sole: così i credenti, che sono le colonne della chiesa, devono essere forti “nel Signore e nella forza della Sua possanza” (Efesini 6:10).
La porta (Esodo 38:18) è il solo mezzo d’accesso, costituita da una tenda allo stesso tempo facile da sollevare e sufficiente per stabilire una netta separazione fra l’interno e l’esterno. Essa porta i quattro colori simbolici che si ritroveranno nel velo: il violaceo (divinità di Cristo), la porpora (la regalità di Cristo), lo scarlatto (colore del sangue, parla di sofferenza e di sacrificio di Cristo), il bianco (la perfetta giustizia di Cristo). C’era soltanto una via per entrare nel cortile, e da qui, nel Tabernacolo vero e proprio; Dio ha sempre provveduto una via affinché gli uomini venissero a Lui, ma soltanto una via. Gesù è la via per la quale gli uomini possono essere salvati. Egli disse: “Io sono la via” (Giov. 14:6) e l’apostolo Pietro affermò in Atti 4:12 che soltanto il nome di Gesù può dare salvezza. La porta era la sola via del perdono. Essa era abbastanza ampia, venti cubiti in tutto; soltanto coloro che volevano escludersi restavano fuori. Gli Israeliti, entrando nel cortile, vedevano due cose: l’altare degli olocausti e la conca di rame; entrambi hanno un meraviglioso significato spirituale per i credenti di oggigiorno.
L’altare degli olocausti (Esodo 27:1-8), chiamato anche altare di rame, era posto nel cortile del Tabernacolo, tra l’ingresso e il Tabernacolo vero e proprio; entrando nel cortile, gli Israeliti si trovavano davanti ad esso. Esso era fatto di legno d’acacia, il legno più durevole che si potesse trovare; sia l’altare, sia le stanghe che servivano per trasportarlo erano ricoperti di rame. Il rame ha il potere di sostenere il fuoco, che doveva essere utilizzato affinché l’offerta pura e innocente consumata, poteva ben trasformarsi in “odore soave” di gradimento a Dio e di soddisfazione alla Sua giustizia. Questo altare serviva per i sacrifici. Non si poteva andare nelle altre parti del Tabernacolo se prima non veniva offerto un sacrificio. Sull’altare venivano effettuati i vari sacrifici. Quando un animale veniva sacrificato per il peccato, il peccatore poneva la mano su di esso e, per fede, vi trasferiva la propria colpa; quindi, l’animale veniva bruciato sull’altare. L’altare degli olocausti è una raffigurazione del Calvario. Proprio come Dio accettava la morte di un animale in espiazione dei peccati di un uomo, Gesù divenne il grande Sostituto che morì affinché tutti potessimo vivere. Sull’altare avveniva lo spargimento di sangue. Il fatto che l’altare degli olocausti era posto all’esterno del Tabernacolo, mostra la necessità del sacrificio di sangue prima che si possa stabilire comunione con Dio: “senza spargimento di sangue non c’è remissione” (Ebrei 9:12). L’altare degli olocausti era il luogo dove avveniva una sostituzione, un Israelita che aveva peccato offriva un animale che moriva al suo posto; il Calvario è il luogo dove è avvenuta la nostra sostituzione e Cristo è il nostro Sostituto. Sulla croce Gesù prese il nostro posto, “Colui che non ha conosciuto peccato, Egli l’ha fatto essere peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in Lui” (2 Cor. 5:21). Il legno d’acacia rappresenta l’umana natura di Gesù. Per poter divenire un sacrificio per il peccato, Gesù doveva incarnarsi, l’incarnazione era necessaria per la redenzione. Il legno dell’altare era ricoperto di rame, che rappresenta il giudizio; poiché un Dio santo non può tollerare il peccato, esso deve essere punito. Così sulla croce, Gesù soffrì la punizione dei peccati di tutta l’umanità e quelli che lo accettano come Salvatore non dovranno subire il giudizio dei loro peccai, poiché è stato già subito da Gesù. “Non v’è dunque ora alcuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (Rom. 8:1). Sull’altare degli olocausti c’erano quattro corni, uno in ciascun angolo e nel rituale del sacrificio, essi venivano spruzzati col sangue. Rivolti verso i quattro angoli della terra, i corni proclamavano che la salvezza di Gesù Cristo è accessibile a tutti gli uomini. Questo altare era il più grande dei sette arredi del Tabernacolo e del cortile ed era abbastanza grande da contenere tutte le altre suppellettili. Quale raffigurazione del provvedimento di Dio per la redenzione. La salvezza che Gesù porta comprende tutte le benedizioni e i privilegi di cui possiamo avere bisogno: “Colui che non ha risparmiato il Suo proprio Figliuolo, ma l’ha dato per tutti noi, come non ci donerà Egli anche tutte le cose con Lui?” (Rom. 8:32). Il fumo dell’olocausto, che saliva verso il cielo, era un simbolo dell’accettazione del sacrificio da parte di Dio; esso raffigura l’ascensione di Gesù e l’accettazione del Suo sacrificio. Gesù è adesso in cielo davanti al trono di Dio, Rappresentante dei credenti.
La conca di rame (Esodo 30:18-21) era il secondo dei due arredi del cortile. Eretta proprio di fronte al luogo santo, essa conteneva dell’acqua per la purificazione dei sacerdoti, i quali, prima di entrare nel luogo santo per il servizio, dovevano lavarsi. Essa era di rame, e questo metallo è resistente, solido, inalterabile e duttile perché non è soggetto alla ruggine ed è adatto ad essere lavorato. Nel capitolo dieci del profeta Daniele e nel primo capitolo dell’Apocalisse questo metallo esprime il potere e la forza del Signore nelle cui mani sono stati posti tutti i giudizi e nei Suoi piedi la fermezza e la stabilità in eterno. Nei citati passi viene specificato che le mani e i piedi del Signore erano simili a “terso rame”, cioè trattasi di rame puro, allo stato naturale. Nella purezza di questo metallo scopriamo la duttilità del nostro Signore a trasfondere calore, energia e forza attraverso il vituperio e le sofferenze del Golgota. La conca di rame insegnava una verità fondamentale: la necessità della purificazione. Essa metteva in evidenza il bisogno di essere purificati prima di servire Dio. Al sacerdote, dopo aver offerto il sacrificio di sangue sull’altare degli olocausti, nel camminare verso la conca si erano sporcati i piedi; l’acqua contenuta nella conca serviva per una nuova purificazione prima che entrasse nel luogo santo. Lavarsi nella conca non era un atto facoltativo, era un comando di Dio. Mentre l’altare degli olocausti rappresenta la croce di Cristo, dove Egli col Suo sangue ha purificato il peccatore che si ravvede, la conca di rame rappresenta la quotidiana purificazione del credente, necessaria per mantenersi puro. Nella sua attività giornaliera, il credente viene continuamente in contatto con il mondo e può anche esserne influenzato; così ha bisogno di una purificazione continua. La conca è un tipo della purificazione per mezzo della Parola di Dio. “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato Se stesso per lei; affin di santificarla, dopo averla purificata col lavacro dell’acqua mediante la Parola” (Efesini 5:25-26). È meravigliosa l’opera della Parola che purifica la nostra vita. Come la conca, essa serve non soltanto a rivelare i nostri bisogni, ma anche a purificarci attraverso la lettura e la meditazione, per l’opera dello Spirito Santo, il quale l’applica ai nostri particolari bisogni. Se esaminiamo con attenzione la Parola, essa, come in uno specchio, ci mostrerà il nostro bisogno di purificazione; ubbidendo ad essa, la nostra vita ne verrà purificata. “Come renderà il giovane la sua via pura? Col badare ad essa secondo la Tua Parola” (Salmo 119:9). Si ricordi che la conca era fatta di rame e il rame è un simbolo del giudizio. In altre parole i credenti hanno l’obbligo di esaminare se stessi. In 1 Corinzi 11, dove parla della Cena del Signore, Paolo fa notare che la Cena è un’occasione, per i credenti, di esaminare se stessi e vedere se raggiungono il modello stabilito da Dio per la loro vita. Se trovano nel loro cuore e nella loro vita cose che dispiacciono a Dio, hanno il privilegio di poterle potare alla croce; così, giudicando da sé i propri peccati e assicurandosi la purificazione, i credenti si salvano dal giudizio che coloro i quali permangono nel peccato affronteranno per l’eternità. Ognuno ha bisogno di essere salvato, ed ogni credente ha bisogno di servire Dio, ma prima che possa farlo, deve passare dalla conca ed essere sicuro che la sua vita sia pura. Infine vogliamo ricordare che il rame usato per la costruzione della conca di rame è quello che le donne hanno offerto rinunciando ai loro specchi, il cui uso rappresentava uno strumento di contaminazione ed era causa della vanità per la stessa donna.
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