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IL LUOGO SANTISSIMO
Il luogo santissimo era il luogo dove Dio manifestava in maniera particolare la Sua presenza e la Sua gloria: da qui si innalzava la colonna di fuoco e la nuvola. Paragonando Cristo al sommo sacerdote che entrava nel luogo santissimo una volta l’anno, l’autore dell’epistola agli Ebrei dice: “Poiché Cristo non è entrato in un santuario fatto con mano, figura del vero; ma nel cielo stesso, per comparire ora, al cospetto di Dio, per noi” (Ebrei 9:24). Situato nella parte occidentale del Tabernacolo, il luogo santissimo era separato dal luogo santo per mezzo di un bellissimo velo.
Il velo (Esodo 26:31-33; Ebrei 10:19-20). Scopo principale del velo era creare una barriera; esso, infatti, impediva la perfetta comunione tra l’uomo e Dio. Nessuno, tranne il sommo sacerdote, poteva oltrepassare il velo ed entrare nel luogo santissimo; il sommo sacerdote stesso poteva farlo soltanto una volta all’anno, il Giorno dell’Espiazione, ed anche quel giorno non avrebbe potuto farlo, se non avesse portato con sé il sangue col quale aspergere il propiziatorio. Questa barriera che separava da Dio era resa necessaria dal fatto che il popolo, essendo peccatore, non poteva avere comunione con Dio, che è santo. Era incoraggiante il fatto che questa barriera fosse costituita da un telo e non da un muro. Ciò significava che nonostante non ci fosse un accesso diretto a Lui, sarebbe venuto il tempo in cui il velo sarebbe stato eliminato; d’altronde questa barriera non restava definitivamente chiusa, perché una volta all’anno un rappresentante del popolo poteva entrare presentando il sangue del sacrificio. Tutto questo mostrava la misericordia di Dio e il Suo desiderio di stare a contatto con l’uomo, intanto che preparava una comunione più completa, perfetta, in Cristo Gesù. Il velo era fatto di lino (simbolo di giustizia) bianco ed era ricamato con figure di cherubini dai colori violaceo, porpora e scarlatto, come anche il tetto. Gli storici ebrei dicono che fosse spesso circa dieci centimetri e molto resistente, al punto che per poterlo strappare in due ci sarebbero volute due coppie di buoi. Il velo rappresenta il corpo di Cristo (Ebrei 10:20). Quando Egli morì sulla croce, il velo del tempio si squarciò in due (Matteo 27:51); ciò avvenne in modo soprannaturale, poiché nessun uomo avrebbe potuto farlo. Il velo fu squarciato da cima a fondo: dalla cima, a dimostrazione che era stato Dio a farlo; a fondo, a dimostrazione che il sacrificio della morte di Cristo era stato completato. Il velo squarciato indica che, da quel momento, vi era libero accesso a Dio per mezzo di Cristo. Quando Gesù morì, il Suo corpo non fungeva più da velo, celando la Sua divinità; allora Egli poté apertamente essere dichiarato Figlio di Dio e così, con la Sua morte, Gesù è veramente divenuto ciò che aveva affermato: “Io sono la via”.
L’arca del patto (Esodo 25:10, 11, 16, 17, 18, 20, 21). L’arca era una cassa rettangolare di legno d’acacia ricoperto d’oro; era composta da due pezzi, poiché sopra vi stava il propiziatorio d’oro puro; vi erano inoltre, quattro anelli d’oro, due per ogni lato, e delle stanghe per trasportarla. Va sottolineato un fatto interessante: fra tutti gli arredi del Tabernacolo, l’arca fu costruita per prima, dopo furono costruiti gli altri, procedendo dal luogo santissimo verso il luogo santo e poi verso il cortile. L’ultimo pezzo costruito fu l’altare di rame per i sacrifici. Quando l’uomo cerca di raggiungere Dio, inizia dall’esterno; Dio, al contrario, comincia dall’interno. Anche nella redenzione fu Dio a prendere l’iniziativa, venendo incontro all’uomo ed alle sue necessità. L’arca del patto costituisce un tipo della presenza di Dio. Dio dimorava fra i cherubini; la colonna di fuoco, durante la notte, e la nuvola, durante il giorno, si innalzavano da questo punto del Tabernacolo. L’arca era un tipo di Cristo che venne sulla terra per rivelare il Padre (Giov. 14:9-10). Gesù fu l’Emmanuele, “Dio con noi” ed è divenuto il divino luogo d’incontro tra Dio e l’uomo. L’arca rappresentava la guida divina, simboleggiava vittoria (a Gerico il popolo marciava attorno alle mura seguendo l’arca), rappresentava l’assistenza divina (il Giordano si arrestò per far camminare all’asciutto il popolo alla cui testa c’era l’arca). Quale magnifica raffigurazione di Cristo! È per mezzo di Lui che si ricevono le benedizioni e le rivelazioni di Dio. Gesù provvede a guidare il Suo popolo: “Quando ha messo fuori tutte le Sue pecore, va innanzi a loro, e le pecore Lo seguono, perché conoscono la Sua voce” (Giov. 10:4); Gesù non solo dà la vittoria, Egli è la vittoria dei credenti e li conduce attraverso tutte le difficoltà verso la terra promessa, il cielo. L’arca conteneva: le due tavole della Legge; un vaso d’oro con un po’ della manna che Dio aveva mandato al Suo popolo; la verga fiorita d’Aronne. Le prime due tavole di pietra erano state spezzate da Mosè, quando aveva visto lo stato di peccato in cui era caduto il popolo d’Israele mentre egli si trovava sul monte. Le tavole intatte simboleggiano la perfetta ubbidienza di Gesù. Nemmeno una volta Egli mancò di piacere al Padre; Egli era senza peccato. La manna ricordava agli Israeliti l’intervento miracoloso di Dio durante i quarant’anni nel deserto. La manna è un tipo di Gesù, il Pane Vivente. Egli stesso disse ai Giudei: “I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono”; “Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo” (Giov. 6:49, 51). Ciò ricorda la promessa di Dio di sopperire a tutti i bisogni del credente per mezzo di Cristo.
La verga fiorita di Aronne era un simbolo della potenza divina. Essa era stata usata per portare le piaghe sull’Egitto, per attraversare il Mar Rosso; a Redifim per fare scaturire l’acqua dalla roccia; tenuta in mano da Mosè, aveva fatto riportare la vittoria sugli Amalekiti. La più grande vittoria, però, era stata riportata durante la ribellione di Kore contro Mosè; l’Eterno, per vendicare l’autorità di Mosè e di Aronne, durante la notte aveva fatto fiorire la verga e le aveva fatto produrre delle mandorle. Qui si vede raffigurata la divina potenza dello Spirito Santo che porta vita a tutto ciò che è morto. È anche un tipo della risurrezione di Cristo, il Garante della risurrezione dei credenti. L’arca era di legno ricoperto d’oro, ma il propiziatorio era d’oro e su di esso vi erano due cherubini in oro massiccio. Rappresentava il trono di Dio, infatti il Salmo 80:1 dice: “O tu che siedi sopra i cherubini”.
Il propiziatorio in ebraico significa copertura, esso ricopriva le tavole della legge. Il materiale di cui erano fatte le tavole, materiale che poteva rompersi, stava ad indicare il numero infinito di volte che gli uomini avevano violato la Legge, peccando. Il popolo aveva bisogno, quindi, di una copertura che lo proteggesse dalla condanna del suo peccato: il propiziatorio era questa copertura. È interessante notare che i cherubini guardavano in giù, verso il propiziatorio. Essi simboleggiavano la perfezione e la giustizia di Dio. Una legge violata richiede giustizia, ma Dio aveva provveduto: una volta all’anno sul propiziatorio veniva asperso il sangue e così Dio, rappresentato dai cherubini, non vedeva la legge violata, ma il sangue dell’espiazione. La Sua grazia copre tutti i nostri peccati. Cristo è il nostro Propiziatorio. Romani 3:25 afferma che Dio lo ha stabilito “come propiziazione”; 1 Giov. 2:2 afferma che “Egli è la propiziazione per i nostri peccati”; in entrambi i casi la parola tradotta “propiziazione” è la stessa parola che viene tradotta propiziatorio. La giustizia di Gesù copre i nostri peccati, poiché Egli era senza peccato; l’espiazione fu compiuta per mezzo del Suo sangue, non di quello di tori o di capri.
Fin quando era stato eretto, il primo giorno del secondo anno dopo l’Esodo, il Tabernacolo fu coperto dalla nuvola e riempito della gloria dell’Eterno. Era la Shekinà, la presenza del Signore stabilita in mezzo al Suo popolo. Durante il soggiorno nel deserto, la nuvola fu continuamente sul Tabernacolo, prendendo di notte l’aspetto di un fuoco. Essa si levava per guidare il popolo nelle sue marce e si fermava quando si doveva accampare di nuovo. I Leviti smontavano ed erigevano il Tabernacolo. Durante la maggior parte del regno di Davide e sotto Salomone, fino alla costruzione del Tempio, il Tabernacolo fu sull’alto luogo di Gabaon. Salomone trasportò in seguito la tenda nel Tempio, costruito secondo lo stesso modello, ma di dimensioni doppie.
IL SOMMO SACERDOTE
Poiché il sommo sacerdote doveva servire Dio in modo speciale doveva essere una persona speciale; Dio, perciò, diede dettagliate istruzioni per il suo insediamento. Nella cerimonia del loro insediamento i sacerdoti dovevano spogliarsi dei loro vecchi abiti e lavarsi completamente; ciò era diverso dal bagno quotidiano che dovevano farsi alla conca prima di servire nel luogo santo. Quando ci si accosta a Cristo ci si deve spogliare degli abiti della vecchia vita, deve avvenire in noi una purificazione iniziale per mezzo del sangue di Cristo; dopo, occorre una purificazione quotidiana. Dopo essere stati lavati, i sacerdoti erano pronti ad indossare i prescritti vestimenti sacerdotali: Una tunica di lino fino che stava a contatto col corpo. Questo indumento parla della giustizia e della purezza di Cristo. Prima che i credenti possano svolgere le loro funzioni come sacerdoti di Dio, debbono far propria la giustizia di Dio. Il manto dell’efod, di lino violaceo, indossato sopra la tunica. Sull’orlo del manto, melegrane ricamate si alternavano a sonagli d’oro. Il violaceo, il colore del cielo, rappresenta la natura divina di Cristo e dice che la mente dei credenti deve essere rivolta alle cose spirituali. Le melegrane erano un simbolo di fertilità, mentre i sonagli erano un simbolo di testimonianza e di lode. L’efod. Era un corto capo di lino formato da due parti che erano tenute da due spallette e, in basso, all’altezza della vita, da una cintura. Sulle spallette erano poste due pietre di onice sulle quali erano incisi i nomi, sei per ogni pietra, delle dodici tribù d’Israele. Aronne portava i loro nomi davanti all’Eterno sulle sue due spalle, per ricordanza. Le spalle sono un simbolo di forza, quindi, il sommo sacerdote portava, in un certo senso, sulle sue forti spalle i figliuoli d’Israele: ecco una bellissima figura di come Cristo, il grande Sommo Sacerdote, porta il peso dei credenti davanti al trono di Dio. Per questo motivo i credenti debbono portare anch’essi “i pesi gli uni degli altri”. Il pettorale, fatto dello stesso materiale dell’efod, conteneva dodici diverse pietre preziose incastonate nell’oro, e su ogni pietra era inciso il nome di una tribù. Con il pettorale, il sommo sacerdote portava i nomi dei figliuoli d’Israele sul cuore, simbolo di amore. Gesù, il Sommo Sacerdote, non solo sostiene i credenti con la Sua forza, ma anche con il Suo amore; presentandosi in cielo, davanti al trono di Dio, Egli li porta, per così dire, sul cuore. Sul pettorale c’erano l’Urim e il Thummim, due oggetti di cui si serviva il sommo sacerdote per scoprire la volontà divina nei casi dubbi concernenti la nazione, mai dei singoli. La cintura, una specie di cinghia, che legava insieme tutti i paramenti in modo da consentire libertà nei movimenti. La cintura sta ad indicare determinazione e costanza ed è anche un simbolo di servizio reso con intenti puri. La mitra, una specie di turbante per il capo. Sul davanti aveva una lamina d’oro sulla quale era inciso “Santo all’Eterno”. Il capo simboleggia la mente che ha bisogno di una speciale protezione, perché è attraverso la mente che Satana avvicina i credenti; se la mente è pura il nemico non può far presa e se è governata da pensieri “santi all’Eterno”, il credente non soccomberà alle tentazioni.
Per essere pronto al servizio, era necessario che il sommo sacerdote ricevesse una speciale unzione, con dell’olio speciale. L’olio è raffigurazione dello Spirito Santo e indica che prima di poter servire il Signore, il qualsiasi modo, si ha bisogno dell’unzione dello Spirito Santo nella propria vita. Gesù stesso fu unto dallo Spirito Santo per il Suo ministerio ed è significativo che la parola ebraica tradotta “Messia” letteralmente significa “l’Unto”. Il sommo sacerdote d’Israele fungeva sempre da mediatore tra l’uomo e Dio, ma nel Giorno dell’Espiazione quest’ufficio assumeva il suo significato più pieno. Per gli Israeliti il Giorno dell’Espiazione era il giorno più importante, ricorreva una volta all’anno e prefigurava l’opera espiatoria di Cristo, che sarebbe stata compiuta una volta per sempre. Dopo l’usuale sacrificio del mattino, il sommo sacerdote si toglieva i bellissimi vestimenti e indossava abiti di puro lino bianco, simbolo di purezza: ecco una raffigurazione di Cristo che mette da parte le Sue prerogative divine e scende sulla terra per compiere l’opera d’espiazione per tutti gli uomini. Prima d’ogni cosa il sommo sacerdote offriva un giovenco come sacrificio per il peccato e faceva così l’espiazione per se stesso e per la sua famiglia. Nel luogo santissimo egli, col dito, prendeva del sangue del giovenco e ne aspergeva il propiziatorio; per sette volte l’aspersione veniva fatta “davanti ad esso”. Dopo aver fatto espiazione per se stesso, ritornava alla porta del Tabernacolo dove gli venivano condotti davanti due capri, che rappresentavano le due parti di uno stesso sacrificio: l’uno raffigurava il mezzo, l’altro il risultato dell’espiazione. I due animali venivano estratti a sorte per vedere quale doveva essere offerto sull’altare. Il capro che veniva offerto sull’altare era chiamato il capro per il Signore, l’altro era il capro per il popolo. Il sommo sacerdote prendeva il capro dell’Eterno, lo uccideva e l’offriva sull’altare di rame; prendeva, poi, un po’ del sangue, entrava nel luogo santissimo e faceva l’aspersione per sette volte. Inoltre, metteva parte di questo sangue e del sangue del sacrificio che aveva fatto per se stesso sull’altare dei profumi, mentre il corpo del giovenco che era stato offerto come sacrificio per il peccato veniva bruciato all’esterno del campo. Quale meravigliosa raffigurazione dell’espiazione. Sulla croce del Calvario Gesù divenne il Sacrificio per il peccato di tutti gli uomini, Egli presentò il Suo sangue sul propiziatorio celeste, dove venne da Dio accettato. Inoltre, attuando in modo perfetto la prefigurazione simbolica del Giorno dell’Espiazione, Gesù morì all’esterno della città di Gerusalemme, proprio come il giovenco veniva bruciato all’esterno del campo. Il sangue posto sull’altare dei profumi, che rappresenta la preghiera, significa che, a causa della morte di Gesù, si ha accesso alla presenza di Dio. Il capro per il popolo veniva chiamato capro espiatorio. All’ingresso del Tabernacolo il sommo sacerdote poneva le mani sull’animale e confessava i peccati del popolo, poi il capro veniva mandato via nel deserto per non ritornare più. Non soltanto Gesù morì per i nostri peccati e ci ha purificati, ma li ha anche cancellati per non essere più ricordati contro di noi. Quando il sommo sacerdote entrava nel luogo santissimo era un momento di grande trepidazione. Il popolo sapeva che se il sommo sacerdote non aveva osservato qualcuna delle prescrizioni di Dio riguardanti il modo di presentarsi a Lui, sarebbe morto e, quindi, stava in ascolto per poter udire il tintinnio dei sonagli appesi ai suoi vestimenti; in tal modo, essi sapevano che egli era vivo, che Dio aveva accettato il sacrificio, che l’espiazione era stata fatta. La discesa dello Spirito Santo alla Pentecoste non soltanto portò potenza divina e gioia, ma portò anche una prova indiscutibile che Gesù era vivo e che il Suo sacrificio era stato accettato come completa espiazione per i peccati dell’uomo. Nel Nuovo Testamento Cristo è il sommo sacerdote unico e perfetto (Ebrei 7:24-28); i credenti fanno tutti parte del sacerdozio regale, essendo divenuti re e sacerdoti con Colui che li ha introdotti fin nel luogo santissimo, il cui velo s’è strappato. Così, pur ammettendo largamente i doni ed i ministeri particolari, il nuovo patto non conosce più clero, casta separata di sacerdoti, giacché per esso la Chiesa intera è un regno di sacerdoti. |

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