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Il popolo rom ha percorso il suo cammino nella storia senza lasciare tracce visibili di sé, se non per quanto raccontano di loro le cronache dei paesi che si sono trovati ad attraversare. La loro é quindi una storia ricostruita da altri, dai gagé (non rom), che dopo aver ipotizzato le origini più fantasiose o addirittura negato a questo popolo un’identità etnica, hanno cominciato verso la fine del Settecento a fare luce sulle radici di questa gente "misteriosa". Fu infatti in questo periodo, con lo sviluppo degli studi glottologici, che si scoprirono delle interessanti somiglianze tra la lingua parlata dagli zingari europei e le lingue indiane. Grazie a studi linguistici e antropologici sappiamo quindi che gli antenati degli zingari europei vivevano fino a circa mille anni fa nella parte nord-occidentale dell’India, migrati probabilmente molti secoli prima dalle zone centrali del subcontinente. Con molta probabilità appartenevano ad una casta molto bassa di nomadi che si procuravano da vivere mendicando o esercitando mestieri di musicisti, giocolieri, saltimbanchi, ammaestratori di animali. Connessa alla loro bassa condizione sociale doveva essere anche la loro dedizione alla lavorazione dei metalli, attività che nella mentalità antica era legata a poteri infernali, quindi maledetta e rifiutata da tutti. Non si sa esattamente perché intorno al Mille alcuni gruppi lasciarono l’India, forse per l’espansione dell’Islam o forse per una delle tante ragioni che spingono i popoli a migrare: guerre, carestie, problemi con i popoli vicini o altro. Si portavano dietro un sistema di vita basato su di un nomadismo strettamente legato alle loro attività, che richiedevano sempre nuovi mercati, e parlavano una delle tante lingue dell’India, eredi delle lingue indiane antiche, il cui rappresentante più prestigioso era il sanscrito. La lingua parlata attualmente dagli zingari europei, il Romanes o Romané, è ancora basata sulla struttura originaria indiana, su cui poi si sono intersecati innumerevoli elementi dovuti all’influenza delle lingue dei paesi attraversati. É proprio tramite lo studio di questi elementi che è stato possibile ricostruire il cammino di questo popolo verso l’Europa. Dopo un lungo soggiorno, forse un paio di secoli, in territorio persiano passarono in territorio armeno e poi nell’Impero Bizantino, dove furono chiamati atsingani, probabilmente perché, avendo la fama di stregoni, vennero associati ad una setta eretica che praticava la magia, conosciuta a Bisanzio con questo nome. É proprio da atsingano che derivano l’italiano "zingaro", il francese "tsigane", il tedesco "zigeuner". All’inizio del 1400, forse a causa delle incursioni dei turchi, iniziò un’ulteriore grande migrazione che portò gran parte dei Rom a disperdersi per i paesi europei. Questa diaspora ha portato al frazionamento del Romané in tanti dialetti, mantenendo però una base comune che permette a molti Rom di capirsi senza eccessive difficoltà. Le differenze dialettali sono dovute sostanzialmente alle influenze e ai prestiti ricevuti dalle lingue con cui sono venuti a contatto nei loro spostamenti. Quando i Rom arrivarono in Europa non erano completamente sconosciuti. Molti pellegrini in viaggio per la Terra Santa avevano incontrato numerosi gruppi di Rom nell’Impero Bizantino e si era diffusa in Europa la fama di un popolo errante, senza terra. Nella mentalità medievale il nomadismo era associato a una dannazione, una maledizione gravante sulla stirpe che lo praticava. A quel tempo viaggiare era un’esperienza piena di rischi e pericoli affrontata solo da chi aveva buoni motivi per farlo: pellegrini, soldati, mercanti. Altre persone che si spostavano spesso erano gli "emarginati", persone che andavano di paese in paese per chiedere l’elemosina, ladri, furfanti, tutte persone evitate dalla maggior parte della gente, che considerava l’allontanarsi dalla propria zona un po’ come affrontare l’ignoto. Il fatto che tutto un popolo si spostasse continuamente, portandosi dietro tutto quello che aveva, donne e bambini, faceva pensare che si trattasse addirittura di discendenti di Caino, al quale Dio aveva detto "ramingo e fuggiasco sarai su tutta la terra". I Rom dal canto loro cercavano di giustificare il loro nomadismo facendosi passare per penitenti o pellegrini, consapevoli del fatto che queste categorie di viaggiatori godevano di particolari privilegi e agevolazioni. Sembra ad esempio che un gruppo, capeggiato da un certo re Sindel si fosse recato dall’Imperatore Sigismondo di Boemia per chiedere aiuto e ospitalità, raccontando di trovarsi costretto a vagare per il mondo per espiare il peccato degli avi che avevano rifiutato ospitalità alla Sacra Famiglia in fuga dall’Egitto per sfuggire a Erode. Ottennero così un lasciapassare grazie al quale avrebbero potuto viaggiare indisturbati per l’Europa, dove rimasero famosi appunto come bohémiens. Le storie raccontate dai vari gruppi erano le più varie: chi diceva di dover espiare la colpa di un antenato che aveva forgiato un chiodo della croce di Cristo, chi invece, colpevole di aver rinnegato il Cristianesimo, si trovava costretto, una volta ravvedutosi, a vagare per il mondo in penitenza per sette anni, periodo che naturalmente ricominciava sempre da capo. Il primo documento che attesta la presenza di zingari in Italia è appunto una cronaca bolognese del 1422, in cui si parla di un Duca Andrea d’Egitto arrivato in città con un centinaio di persone, che diceva di voler andare a Roma per chiedere perdono al Papa per aver abiurato la fede cristiana. La storia della provenienza dall’Egitto era una delle più ricorrenti, probabilmente dovuta al fatto che durante il soggiorno in Grecia alcuni gruppi si erano stanziati davvero in una zona chiamata all’epoca "Piccolo Egitto" per la sua fertilità. Tale storia divenne così popolare che ancora oggi gli inglesi usano la parola "gypsies" e gli spagnoli "gitanos" per riferirsi ai Rom. Al loro arrivo in Europa, quindi, i Rom avevano già addosso il marchio di razza maledetta, un po’ per il nomadismo, un po’ perché le loro attività venivano collegate alla magia, ma anche perché venivano da paesi abitati dai turchi e in quel periodo qualsiasi cosa associata agli "infedeli" era oggetto di immediata avversione. Con le loro storie riuscirono in un primo momento a fronteggiare l’avversione che suscitavano nella gente, ma troppi elementi contribuivano a alimentarla. La società medievale presentava una grande povertà: pochi erano i beni a disposizione e gran parte era accentrata in mano a pochi ricchi. Nelle città, specie dopo la peste nera, c’era un numero infinito di imbroglioni che si arrangiavano improvvisando sortilegi vari o chiedevano l’elemosina fingendosi invalidi. I Rom non fecero altro che aggiungersi a questa schiera di gente, ma per la loro diversità e per la fama che si portavano dietro, si trovarono presto accusati di aver importato dall’oriente l’arte dell’inganno. Divennero cioè il capro espiatorio di una situazione esplosiva, della quale loro non costituivano che una minima parte. In breve non furono più pellegrini degni di rispetto, ma truffatori, ingannatori, bugiardi, ladri, perfino portatori di epidemie. Inizia così, verso la fine del XV secolo, quel periodo che Jean-Pierre Liégeois definisce dell’esclusione, periodo in cui la società dei gagè cerca in tutti i modi di liberarsi della fastidiosa presenza di questi "stranieri", anche attraverso la loro eliminazione fisica. Una vera e propria persecuzione venne attuata nei loro confronti: editti e bandi di espulsione furono innumerevoli in tutti i paesi europei. In Francia furono quasi sterminati, in Spagna furono costretti a nascondersi in grotte dietro ad un decreto di espulsione motivato nientemeno che con parole bibliche, poiché Caino aveva detto: "Io sono fuggitivo e chiunque mi troverà potrà uccidermi", facendo ovviamente rientrare i nomadi nella categoria dei fuggitivi. Nel frattempo la Dieta di Augsburg decretava che "Chi uccide uno zingaro non commette reato" e il principe di Magonza si vantava di aver sterminato tutti gli zingari della regione, uccidendo i maschi, facendo frustare e bollare a fuoco le donne e i bambini. Nei casi migliori si emettevano decreti che ordinavano di abbandonare il territorio, pena la prigione per gli uomini, la fustigazione per le donne. Molti furono deportati in America come schiavi. In questa situazione il nomadismo si trasformò in una fuga perenne: i gruppi si frazionarono in piccoli nuclei più facili a fuggire e a nascondersi. Il mondo esterno diventava per la società rom sempre più nemico, una minaccia alla propria esistenza fisica, un pericolo dal quale difendersi in tutti i modi. Un mondo che vedeva in loro il male, una minaccia all’ordine, alla sicurezza, un elemento destabilizzante per la nuova idea di stato che si stava formando e per il nuovo sistema economico che stava prendendo piede. Lo zingaro, che vive per le strade e non rispecchia le esigenze della società, è vagabondo e quindi delinquente per antonomasia. Il fattore della diversa appartenenza etnica passa in secondo ordine, tanto che si arriva a negargli un’identità propria, ma si considera semplicemente una persona malvagia che sceglie di vivere al di fuori della società e perciò colpevole e responsabile della sua esclusione. Nel 1700, con i nuovi principi umanitari introdotti dall’Illuminismo, non si poteva più pensare di risolvere il problema "zingaro" con l’annientamento fisico. Ci si rese conto che la continua caccia allo zingaro e i vari tentativi di annientamento non erano economici per i vari stati, che avrebbero invece potuto trarre maggior beneficio da un’opera di "inserimento" delle persone devianti. Si giunse quindi alla conclusione che in fondo non esiste un’identità zingara, ma solo un sistema di vita che si definisce così ed è basato semplicemente su "cattive" abitudini che lo Stato ha il dovere di sradicare. Maria Teresa d’Austria, sovrana "illuminata", elaborò un vero e proprio programma di inserimento forzato: nel tentativo di costringerli a perdere le loro usanze gli proibì il nomadismo, gli abiti e la musica tradizionali, l’uso della loro lingua incomprensibile (considerata in realtà solo un gergo creato appositamente per non farsi capire) e tutto ciò che faceva parte della loro vita. Gli furono date case e attrezzi per lavorare la terra e, per essere sicuri di estirpare il male alla radice, gli vennero tolti i figli i quali vennero affidati a contadini che li avrebbero educati nella maniera "giusta". Naturalmente il tentativo non riuscì: sia gli adulti che i ragazzi scapparono ben presto dai posti assegnati loro e si rifugiarono sulle montagne, dove ripresero a fare la vita di sempre. Sono stati ripetuti in seguito altri tentativi di integrazione forzata, soprattutto in alcuni paesi del socialismo reale, ma sempre senza successo. L’aggressione più violenta i Rom l’hanno subita nel nostro secolo con il tentativo del nazismo di ripetere l’eliminazione fisica di questo popolo uccidendo più di 500.000 Rom nei campi di concentramento, a cui si è aggiunta l’umiliazione del silenzio che ne è seguito e dal mancato riconoscimento del diritto ai danni di guerra. Dopo la seconda guerra mondiale ha avuto inizio il periodo che Liégeois definisce dell’inclusione. La storia dell’oggi è caratterizzata da riconoscimenti ufficiali, da dichiarazioni di diritti, dall’allestimento di campi sosta. Nel 1969 il Consiglio d’Europa ha approvato la raccomandazione 563 in cui si auspicava la lotta contro ogni forma di discriminazione e la tutela del patrimonio culturale dei nomadi, oltre a esortare gli stati membri a prendere provvedimenti riguardo alle abitazioni, la salute, la sicurezza sociale e i diritti civili. Altre risoluzioni di questo tipo sono state votate negli anni successivi e dal 1983 il Consiglio di Cooperazione Culturale del Consiglio d’Europa si occupa della scolarizzazione dei bambini zingari. Nel 1971 è stata fondata a Londra l’associazione mondiale dei Rom "Romani Union", che nel 1979 ha avuto il riconoscimento dell’ONU come organismo non governativo. Il "Roma National Congress", federazione di associazioni di 19 paesi, ha chiesto il riconoscimento ufficiale dei Rom e dei Sinti come "nazione senza territorio". |
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STORIA DEL POPOLO ROM |